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Vigna, vino e fotografia in Terra di Sangiovese

Come nasce l’Azienda Agricola Stefano Berti ?

I miei genitori nel 1963 acquistano due terreni di 12 ettari a Ravaldino in Monte, nel 1968 mio babbo pianta 2 ettari di Sangiovese, di cui uno ancora in produzione. Nel 1982 prendo in mano l’azienda, con un diploma da perito agrario e poche idee su come condurre i terreni, che a parte i due ettari di Sangiovese sono piantati a seminativo. Nel 1986 mi sposo con Renata ed insieme ci buttiamo a testa bassa nel lavoro, fra raccolta di ciliege, diradamento delle pesche , selezione dei germogli in vigna , scacchiatura , etc… : insomma un periodo tosto e quasi epico. Passano quindici anni, in cui dal seminativo si passa a nuovi impianti di frutta e soprattutto di nuove vigne a bacca bianca, Trebbiano, Chardonnay e Pagadebit, uve che portiamo alla Cantina Sociale, in quegli anni si scommetteva sul futuro del vino bianco romagnolo, con poca lungimiranza… Si comincia a sostituire le vigne di uva bianca col Cabernet Sauvignon e Sangiovese, arriva la crisi dell’agricoltura, si estirpano i peschi e i ciliegi per lasciare posto ad altra vigna, questa volta Sangiovese. É il 1997 e la viticoltura è l’indirizzo dell’azienda, ma il prodotto finale non è ancora di qualità, anche se la potenzialità c’è. La crisi nel settore é alta, bisogna fare qualcosa per uscirne, su una rivista non di settore leggo la storia di Michele Satta, un vignaiolo di Castagneto Carducci, che da Varese si era trasferito in quella zona famosa in tutto il mondo per il Sassicaia ed era diventato uno dei più bravi produttori della zona, lo chiamo per incontrarlo e per chiedergli della sua avventura nella speranza ingenua che la cosa fosse ripetibile anche a Ravaldino in Monte. Michele si rende disponibile diventiamo amici, mi fa conoscere il suo enologo, Attilio Pagli e insieme progettiamo due vini DOC, il Calisto una selezione delle uve migliori affinato in legno e il Ravaldo come secondo vino. É la vendemmia del 2000, da allora la produzione è sempre aumentata per arrivare nel 2017 a circa 35.000 bottiglie.

Un tre bicchieri nel 2002, che ti ha fatto conoscere al mondo, poi la decisione di non mandare più i vini alle guide

Il Calisto 2002 è stato il primo Sangiovesa DOC a prendere i tre bicchieri nella guida “Vini D’Italia” edita allora da Gambero Rosso – Slow Food, negli anni successivi siamo andati varie volte in finale sempre col Calisto. Poi sono cambiate le cose chi faceva le guide voleva anche dire ai produttori come fare il vino la cosa non mi piaceva e ho smesso di mandare i vini, c’erano tante guide e non tutte corrette, alcune, secondo me, con qualche problema di vendita non mi chiese i vini, ma dei soldi per essere citato. Ritengo ancor oggi che fu la scelta giusta per la mia azienda.

Dal 2017 il ritorno alle guide

Oggi le cose vanno diversamente, alcune guide hanno cambiato i pannel di degustazione in meglio. Un ritorno in parte voluto per rimettermi in gioco, in parte costretto da nuovi mercati esteri, dove essere in alcune guide italiane é importante.

Oggi produci 4 Sangiovesi dove stanno le differenze ?

All’inizio facevo due Sangiovesi, il Ravaldo un superiore e il Calisto un Riserva affinato in legno ottenuto da una selezione attenta di uve Sangiovese con un po’ di Cabernet. Il Bartimeo fu il terzo, un vino più semplice, con meno struttura e dei tannini più docili. Nel 2013 nasce il Nonà, un Sangiovese superiore senza bisolfiti, un vino diverso dagli altri, con un frutto più evidente e in bocca é più aperto, un vino salubre,

Fai una bolla è un bianco ?

Facevo uno Chardonnay da una vigna di 30anni, che nel 2015 ho tolto, e non ho cercato altre alternative, se non fare un rosato da uve Sangiovese vinificate in bianco, quindi non un salasso, non una seconda scelta di un’altro vino, ma un’uva raccolta per questo, per avere acidità, un bel piglio e poco alcool e nasce nel 2016 Cipria. A latere di questo rosato, che é secco, nascerà un ancestrale, prendiamo il rosato aggiungiamo del mosto e lo facciamo rifermentare in bottiglia con il tappo a corona, dal tipico metodo ancestrale ne esce una bolla casalinga, un vino piacevole.

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Che importanza ha l’enologo nel risultato dei tuoi vini ?

Nel 2000 iniziai con Attilio Pagli, oggi sono seguito da Leonardo Conti sempre del Gruppo Matura di Firenze. Agli inizi avere un bravo enologo é importante, avevo poca conoscenza del mondo vitivinicolo, allora vendevamo vino sfuso in damigiana, che bene o male va sempre bene ma fare del vino in bottiglia che vuoi vendere in giro per il mondo lo devi fare buono, non puoi permetterti di fare sciocchezze,

Oggi potresti farne a meno dell’Enologo ?

Si potrei farne a meno, ma avere una visione esterna della tua situazione, un giudizio oggettivo, poterti confrontare su quello che stai facendo, è comunque un aiuto importante, una fonte di arricchimento tecnico. Si potrei fare il vino anche da solo, ma non voglio farlo da solo.

Oggi si beve meno, ma si beve meglio ?

Si certo si beve meno, ma di certo si beve meglio, il livello delle cantine è aumentato oggi è veramente difficile trovare dei vini difettati, anche alcuni produttori biodinamici che facevano dei vini impresentabili oggi fanno dei prodotti degni del nome. Bere meglio implica anche un impegno in vigna e in cantina maggiore che porta ad avere dei costi di produzione più alti e questo non sempre, chi beve vino, lo capisce e vuole pagarlo di più, questo é grave perché si ritiene il vino un prodotto accessorio con un valore relativo, questo faccio fatica ad accettarlo, spesso si fanno manifestazioni ed eventi e il vino deve essere gratis, perché deve essere gratis ? Una piccole azienda come la mia ha dei costi di gestione che non permettono dei margini alti. Ok si beve meno ma meglio, ma il meglio va pagato vorrei ribadire questo concetto.

Ti consideri un vigneron a tutti gli effetti ?

Certo sono nato come un “Vigneron garagista “ e lo sono ancora, avrei voluto crescere di più di quello che sono cresciuto, sono cresciuto professionalmente e tecnicamente ma non sono riuscito a crescere come azienda, lavoro nella stessa cantina dove iniziai nel 2000. Il Vigneron all’inizio era il contadino che stava sulla terra e custodiva il tesoro che aveva, perché se hai una buona uva fai un buon vino, questo aspetto rimane ma appena hai etichettato una bottiglia la devi vendere, e qui inizia il lavoro commerciale, il nostro lavoro non è solo in vigna e in cantina, Io sono un Vigneron ma non si vive di sola poesia.

Il vino è il tuo lavoro la tua vita, la fotografia che ruolo e spazio ha nella tua vita ?

Un ruolo importante, ho sempre la macchina fotografica con me, nel furgone, nel trattore, nella vigna e in cantina. Ho iniziato a fare qualche foto all’apertura del blog, poi questa narrazione fotografica stagionale della vita in azienda mi è piaciuta e mi aiuta a fissare nella mia memoria il mio lavoro e a capirlo di più. Sono immagini dove mi racconto con ironia e creatività, non vuole essere solo una documentazione didattica o schematica del lavoro in azienda. La fotografia mi aiuta anche a ricordare i periodi dei vari passaggi che ha la vite nell’arco dell’anno e degli anni, perché ogni anno i tempi cambiano, nella fotografia c’è un aspetto di memoria tecnica, ma anche di divertimento ed ironia.

Indirizzo:

Azienda Agricola Stefano Berti

Via La Scagna 18

Ravaldino in Monte

Forlì

Telefono: 0543 488074

Cellulare: 335 8440104

E-mail bertiste@gmail.com

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